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Associazione Italiana Gaucher
Dr. Gregory Grabowski, Divisione di Genetica Umana, Fondazione per le Ricerche dell'Ospedale Pediatrico, presso Centro Medico Ospedale Pediatrico, Cincinnati, Ohio, USA. Questo articolo è tratto dalla rivista Drugs, agosto 1996 e tradotto per noi a cura di Andrea Reali di Brescia, socio dell'Associazione Italiana Gaucher.
Riassunto dei contenuti:
La Terapia
Enzimatica ha cambiato per sempre la gestione dei pazienti con la malattia di
Gaucher. Gli studi effettuati su oltre 1200 pazienti hanno dimostrato la
regressione delle anormalità epatiche, spleniche ossee ed ematologiche,
con un ritorno in buona salute di molti pazienti. La terapia è
generalmente ben tollerata e solo il 7% circa dei pazientai presenta effetti
collaterali. Tuttavia, la mancanza di una procedura standardizzata per le
varie fasi cliniche (somministrazione, controllo e monitoraggio) e la scarsa
conoscenza della biochimica di base e della biologia cellulare dell'enzima
somministrato, continuano ad impedire l'ottimizzazione del trattamento.
Infine, gli interventi preventivi con la terapia enzimatica richiederanno una
sicurezza assoluta, preparazioni molto meno costose e esami dei genotipi
predittive ed accurate per ottimizzare al massimo questo modello
terapeutico. I successi e le insidie incontrate nella terapia enzimatica
per la malattia di Gaucher forniscono una mappa per lo sviluppo della terapia
stessa per altri problemi congeniti del metabolismo.
1.
Incidenza e tipi della Malattia di Gaucher.
La Malattia di
Gaucher è una malattia comune da accumulo lisosomiale provocata dalla
insufficiente attività dell'enzima ß-glucosidasi (EC
3.2.1.45). Ci sono 3 varianti di questa malattia (vedi tabella 1).
Due varianti, la tipo 2 e la tipo 3 hanno manifestazioni neuropatiche e sono
relativamente rare; si stima una incidenza che va da 1 su 100.000 a 1 su
500.000. Per contro, la Malattia di Gaucher di tipo 1 è definita
dalla assenza del coinvolgimento del sistema nervoso centrale ed è la
variante più comune, della quale si stimano da 1 su 60.000 a 1 su
360.000 casi nella popolazione non Ebrea. La Malattia di Gaucher di tipo
1 ha una più alta frequenza (approssimativamente 1 ogni 1200 nati) nella
popolazione Ebrea dell'Europa orientale (ceppo Ashkenazi), ma è
pan-etnica, cioè interessa tutte le popolazioni. Tuttavia, a causa
delle dimensioni della popolazione Ebrea, in rapporto alle dimensioni della
popolazione non-Ebrea, il maggior numero di persone affette dalla malattia
è probabilmente non-Ebrea.
| Caratteristiche cliniche | Tipo 1 | Tipo 2 | Tipo3 |
| Età della manifestazione | adolescenza/età adulta | neonati | adolescenza |
| Splenomegalia | da + a +++ | ++ | da + a +++ |
| Epatomegalia | da + a +++ | ++ | da + a +++ |
| Lesioni ossee o crisi ossee | da + a +++ | + | da ++ a +++ |
| Malattia del sistema nervoso centrale | no | ++++ | da ++ a +++ |
| Aspettativa | da 6 a più di 80 | ~ 2 anni | da 2 a 40 anni |
| Gruppo etnico | Pan-etnica, Ebrei ashkenazi | Pan-etnica | Pan-etnica, Norvegese |
| Incidenza | 1/60000 - 1/360000 | Inferiore a 1/500000 | Inferiore a 1/100000 |
Simboli: + = minimo ++ =
moderato +++ = grave ++++ = molto grave
2. Manifestazioni cliniche.
Le maggiori manifestazioni
della Malattia di Gaucher tipo 1 derivano dal coinvolgimento di una singola
linea di cellule, le cellule monociti/macrofagi. Queste cellule derivate
dal midollo osseo sono distribuite in vari organi del corpo, inclusi il fegato
(dove sono chiamate cellule di Kupffer), la milza, i linfonodi, ed i polmoni.
(vedi fig. 1). Ognuno di questi organi può avere infiltrazioni di grandi
macrofagi i cui lisosomi sono pieni di glucosilceramide, un composto lipidico
naturale. Queste cellule sono chiamate cellule di Gaucher.
L'ingrossamento di fegato e milza è dovuto all'accumulo di queste
cellule, come pure i cosiddetti effetti trofici (di aumento), causati
probabilmente dal glucosilceramide. Molto raramente le cellule di Gaucher si
possono accumulare nei polmoni, creando problemi dovuti al riempimento degli
alveoli, oppure creano deviazioni nel flusso arterio-venoso che portano a
ipossia (o anossiemia, cioè carenza di ossigeno nel sangue e nei
tessuti), oppure restringimento dei polmoni.
Fig. 1 Diagramma
schematico della distribuzione dei macrofagi derivati dai monociti prodotti dal
midollo osseo. Dopo aver lasciato la circolazione, i monociti diventano
macrofagi incorporati nei tessuti della milza, del midollo osseo, dei
linfonodi, e dei polmoni (macrofagi alveolari). Nel fegato, i macrofagi
sono chiamati cellule di Kupffer e nelle ossa i macrofagi differenziati sono
gli osseociti, i quali partecipano al rimaneggiamento delle ossa. (la Diagramma
no e qui).
Comunque, i sintomi che caratterizzano questa malattia
includono epatomegalia (aumento del fegato), citopenia (diminuzione di globuli
rossi, piastrine, ecc.), e una varietà di lesioni ossee. Non
c'è una età tipica alla quale si manifestano i sintomi, come pure
non ci sono tanti indizi predittori, bensì la diagnosi avviene di solito
durante ricerche per l'ingrossamento della milza e/o della citopenia, quando
vengono ritrovate cellule di Gaucher nell'esame del midollo osseo.
3. Terapia Enzimatica.
La presenza di recettori
specifici per i residui dell'alfa-mannosile sulle membrane plasmatiche dei
macrofagi fornisce il fondamento logico della terapia enzimatica mirata.
Questo metodo può fornire sufficienti quantità di enzima ai
lisosomi dei macrofagi per stabilizzare, o addirittura recuperare, le
manifestazioni cliniche della malattia. Molti problemi pratici basilari
richiedono una soluzione per definire il ruolo ottimale della terapia
enzimatica nella Malattia di Gaucher di tipo 1.
3.1 Studi Clinici.
I risultati della
Terapia Enzimatica su oltre 1200 pazienti con la Malattia di Gaucher di tipo 1
hanno stabilito la sua sicurezza e la sua efficacia nello stabilizzare e/o
regredire le manifestazioni epatiche (del fegato), spleniche (della milza) ed
ematologiche. Le tecniche di diagnostica per immagini hanno documentato
la diminuzione, ed in alcuni casi la normalizzazione, del volume epatico e
splenico in adulti e bambini. Dopo un anno di terapia con l'enzima i pazienti
che avevano il fegato di 1/4 volte maggiore del volume normale
(corrispondente al 2,5% del peso corporeo) presentano una riduzione dal 20 al
30% circa del volume del fegato stesso e dal 30 al 50% di quello
splenico. Come ci si può aspettare, i pazienti che avevano
inizialmente il volume del fegato simile quasi a quello del fegato normale,
hanno meno "materiale" su cui lavorare e le riduzioni sono inferiori, in
particolare dal 10 al 20%.
In molti pazienti viene osservato un
grande effetto globale durante i primi 6 mesi di terapia, se paragonato con
l'effetto ottenuto nei successivi 6 mesi. Tuttavia questa apparente
diminuzione della risposta terapeutica nelle fasi successive può
riflettere la minore anormalità degli organi interessati a causa della
efficacia della terapia stessa nei primi 6 mesi di trattamento.
Le valutazioni del livello di emoglobina e del conteggio dei leucociti
(globuli bianchi) e delle piastrine, hanno mostrato i miglioramenti nella
citopenia con una potenziale normalizzazione, dopo una terapia di un anno e
più. Curiosamente alcuni pazienti hanno invece una scarsa risposta
terapeutica durante il primo periodo di trattamento che va da 6 a 9 mesi, al
quale segue, però, un rapido miglioramento anche mantenendo inalterato
il regime di dosaggio. Questo effetto si presenta con una frequenza
sufficiente da rendere inutili gli studi incrociati comparativi sulla efficacia
del dosaggio, in particolar modo durante il primo anno di terapia. Nel
caso di assenza di miglioramenti significativi durante i primi 6 o 9 mesi di
terapia, non si devono trarre conclusioni affrettate, ma bisogna
attendere almeno un anno per fare una valutazione. Solo allora si
potranno fare cambiamenti aumentando o diminuendo il dosaggio, oppure variando
la frequenza delle somministrazioni.
L'analisi dei risultati
con vari regimi di dosaggio indica che una dose totale di 20 U/kg di
alglucerase (derivato dalla placenta, Genzyme Corp.) o una dose di 60 U/kg di
imiglucerase (enzima umano ricombinato dalle cellule CHO, Genzyme Corp.)
fornirà una risposta terapeutica in molti pazienti.
La
frequenza di somministrazione può invece variare da 1 a 6 volte ogni 2
settimane senza produrre sostanziali differenze negli effetti prodotti.
Tuttavia sono necessarie delle valutazioni più approfondite per
risolvere l'apparente contraddizione di molti studi (come più sopra
riportato). Lo standard di trattamento è una infusione della
durata che va da 1 a 2 ore, ma non sono stati condotti studi comparati con una
somministrazione per via orale (pillole).
3.2 Gravità
della Malattia e Risposta Terapeutica.
Sebbene si possa
presupporre una relazione diretta tra la gravità della malattia e la
dose richiesta per avere una certa risposta terapeutica, questo non risulta
evidente dagli studi clinici. Si suppone che i pazienti coinvolti
più gravemente e/o i pazienti con malattia in rapida progressione
accumulino glucosilceramide ed altri glucolipidi in un numero sempre maggiore
di cellule di Gaucher. Per ragioni non del tutto chiare il flusso di
composti lipidici attraverso le varie sezioni all'interno dei macrofagi ha
variazioni anche notevoli da individuo ad individuo, anche in pazienti con la
stessa mutazione della ß-glucosidasi. Infatti, la modifica di alcune
sostanze (ad esempio quelle che partecipano alla sintesi o al trasporto del
glucosilceramide) oppure fattori ambientali (ad es. quei fattori che portano ad
un aumento del ricambio della membrana cellulare, come la emolisi (distruzione
dei globuli) o le infezioni) possono far aumentare o diminuire la massa e la
quantità di assorbimento di composti lipidici alle sezioni dei
macrofagi.
Queste variazioni portano ad una maggiore o minore
percentuale di glucosilceramide scisso (cioè scomposto nei suoi
componenti elementari). I pazienti con malattia molto grave o in rapida
progressione, probabilmente sono soggetti all'effetto combinato di un aumentato
flusso di composti lipidici e di scarsa attività del ß-glucosidasi
mutante, con un conseguente grande accumulo di glucosilceramide ed altri
composti lipidici. E' come se il flusso di composti sia molto sensibile
anche a piccoli cambiamenti nel trasporto dei composti stessi (o piccole
discontinuità nella fornitura), o a piccoli cambiamenti delle
capacità cataboliche nel metabolismo dei glucolipidi. Così,
se può essere fornito più enzima in modo incrementale alla
specifica sezione dei macrofagi che lo rende disponibile per i lisosomi, si
avrà come risultato una inversione nel flusso di accumulo.
3.3 Le Tappe Cliniche della Malattia di Gaucher.
Le
correlazioni cliniche che legano tutti e 3 i parametri - risposta terapeutica,
dose e gravità della malattia - sono difficili da interpretare. Un
fattore che crea maggior confusione è la mancanza di valutazioni
cliniche oggettive di parametri indipendenti della gravità della
malattia, in particolar modo per la malattia delle ossa. La marcata
eterogenicità (differenza di manifestazioni) della Malattia di Gaucher
tipo 1 porta a differenti gradi di coinvolgimento di fegato, milza, ossa ed
altri organi, il che non fornisce una buona ed ovvia base per un percorso
clinico ben definito. Sebbene sia stata suggerita una scala di
gravità, essa è in parte soggettiva, e relazionata a variabili
dipendenti
Per esempio il volume della milza e la gravità
dell'anemia e/o della trombocitopenia (carenza di trombina e piastrine) sono
chiaramente correlati, sebbene non in modo lineare, come evidenziato dal
miglioramento, generalmente rapido dei parametri ematici conseguente alla
splenectomia. Per contro, la ricrescita della rimanenza di milza dopo una
parziale splenectomia è accompagnata da un aumento dei problemi
ematologici. Questo sta ad indicare, almeno a grandi linee che vi
è un nesso causale tra l'anemia e la trombocitopenia in pazienti
non-splenectomizzati e che questi problemi sono collegati alle dimensioni
della milza.
Nei pazienti splenectomizzati, invece, la riapparizione
dei noti problemi ematologici è dovuta alla infiltrazione di cellule di
Gaucher nel midollo osseo, con conseguente diminuzione di efficienza del
midollo stesso; un rapporto causa - effetto diverso, nonché una
manifestazione molto grave.
Dalla mia esperienza e
dall'analisi della letteratura (vedi tabella II), un sistema migliore per
attribuire un punteggio, in una scala di gravità, può essere
basato sull'età alla quale si manifestano i sintomi, sul volume e sulla
funzionalità del fegato, sul volume della milza, sull'estensione del
coinvolgimento osseo, sulla presenza o assenza di malattie polmonari e
deterioramento del midollo osseo (con o senza la milza). Si possono
standardizzare metodi di valutazione (per immagini e/o chimici) della struttura
di ogni organo e della relativa funzionalità, in modo che, aggregando
tutti questi dati, si possa fornire una valutazione d'insieme del
coinvolgimento del paziente nella malattia. Tutti i parametri eccetto
l'età della manifestazione possono, almeno parzialmente, variare
indipendentemente nel grado di coinvolgimento individuale del paziente e,
quando correttamente determinati, indicare la velocità (il rateo) di
progressione della malattia. L'età alla quale si manifesta la
malattia è basata sulla presenza di altri indizi, ma riflette la
velocità della progressione della malattia.
Tabella 2
- Prospetto sintomi in pazienti Malattia di Gaucher tipo 1
| Manifestazione | N. di pazienti |
% |
| Splenomegalia | 147 | 56.0 |
| Osteonecrosi | 38 | 14.6 |
| Anemia | 34 | 13.0 |
| Ecchimosi / sanguinamenti | 32 | 12.2 |
| Trombocitopenia | 29 | 11.0 |
| Epatomegalia | 19 | 7.2 |
| Fatica | 7 | 2.7 |
| Febbre | 2 | 0.6 |
| Polmoni | 2 | 0.6 |
| Altro | 2 | 0.6 |
| Assenza di sintomi | 7 | 2.7 |
Lo sviluppo di un indice di gravità che rifletta
accuratamente l'estensione della Malattia di Gaucher nel singolo individuo
incontra continui e seri problemi in particolare per la difficoltà
nell'attribuire il "peso" (nel senso di quanto "conta", rispetto agli altri)
appropriato da assegnare ad ogni organo e/o sistema, ed il grado del suo
coinvolgimento nella malattia. Inoltre i pazienti a volte provano
apparenti fluttuazioni nel grado di attività della malattia (es. febbre,
"infarti" ossei) e non è chiaro come possano essere quantificati questi
cambiamenti, poiché ad essi non sempre corrispondono cambiamenti
rilevabili clinicamente (sperimentalmente) nei parametri degli organi.
Oltre che della mancanza della valutazione clinica della gravità
della malattia e della relativa risposta terapeutica, gli studi correnti
mancano anche di valutazioni istologiche (a livello delle cellule) dei pazienti
trattati e non trattati. L'ingrossamento del fegato e della milza
può essere dovuto ad un processo di accumulo localizzato oppure uniforme
in tutto il tessuto (infiltrazioni) che può riflettere la gravità
della malattia, in base alla quale si potrebbe orientare meglio la
terapia. Ad esempio i volumi di milza e fegato possono venire ridotti
quasi al valore normale, ma pochi studi mostrano la normalizzazione istologica
e/o biochimica di questi organi. Il grado di malattia residua in
questi organi o nel midollo osseo, è stato stimato essere di una
approssimazione del terzo ordine, basata sul volume degli organi, piuttosto che
su una valutazione istologica diretta. La non-uniformità della
distribuzione dell'infiltrazione delle cellule di Gaucher sommata ad altri
indizi istologici rendono questi studi molto difficili; ma va tenuto presente
che la riduzione del volume degli organi viscerali e/o il miglioramento dei
parametri ematologici possono essere degli indicatori fuorvianti dello stato
globale della malattia o della risposta terapeutica. Vi sono alcuni
indicatori alternativi della funzionalità dei macrofagi, quali ad
esempio l'ACE oppure il Chitotriosidase che possono costituire indicatori della
attività della malattia più generali e sensibili; anche se
purtroppo c'e scarsità di dati di correlazione conclusivi.
3.4 Valutazione Clinica della Malattia nelle Ossa.
Sebbene siano state standardizzate metodologie per valutare il volume del
fegato e della milza tramite tomografia computerizzata (TAC), risonanza
magnetica (RMN) ed ecografia, come pure sono standardizzate le analisi
ematologiche, al punto da rappresentare lo standard delle cure per i
pazienti sottoposti a terapia, la valutazione del coinvolgimento osseo e dei
cambiamenti che avvengono nelle ossa, con o senza terapia, continua ad essere
difficoltoso. E' stata fatta una valutazione sistematica singola della
risposta delle ossa alla terapia enzimatica, che ha mostrato miglioramenti
nella massa corticale o trabecolare2 delle ossa in 10 pazienti su 12, trattati
per 42 mesi. La dose iniziale di 120 U/kg ogni 4 settimane per 24 mesi
venne ridotta a 30 U/kg ogni 4 settimane per 34 mesi. La risposta dei parametri
ossei era lenta, e durante i primi 6 mesi venne rilevato solo un cambiamento
delle analisi chimiche RMN del midollo osseo.
Un altro
rapporto propone uno studio che mostra un aumento della massa delle ossa e/o
una guarigione delle lesioni ossee usando un regime di terapia a basso
dosaggio, ma questo studio non è stato valutato in modo
sistematico. A causa della difficoltà nella valutazione dei
cambiamenti nella Malattia di Gaucher riferita alle ossa, l'efficacia relativa
di differenti regimi terapeutici non è stata valutata.
Finché non saranno condotti studi in modo standardizzato, il sostenere
l'efficacia di un certo regime terapeutico in relazione alla risposta delle
ossa è pretenzioso. L'obbiettivo primario per quanto riguarda le ossa
è quello di avere un test prontamente disponibile per valutare gli
effetti a breve termine della terapia. La valutazione radiografica delle
ossa lunghe o della colonna vertebrale non è rappresentativa e purtroppo
consente di rilevare i cambiamenti strutturali solo mesi o addirittura anni
dopo che si è verificato il danno. La scansione con nuclidi, se si
usa il Pirofosfato, fornisce una valutazione globale del coinvolgimento osseo
per manifestazioni ossee acute, come ad esempio la "crisi delle ossa
ischemica", mentre se si usano i derivati dello Zolfo Colloidale si possono
valutare i lenti cambiamenti del midollo osseo a lungo termine.
Questi metodi sono però poco sensibili, se usati a breve termine,
ad es. meno di 1 anno, per la valutazione della efficacia della terapia sulle
ossa. La scansione con i derivati dello Zolfo Colloidale fornirà
una stima della espansione globale e del coinvolgimento del midollo osseo,
perché i colloidi sono assorbiti dai macrofagi situati nel midollo
osseo; ma questo tipo di indagine non può fornire alcun dato sulla
architettura e sulla struttura delle ossa.
L'assorbimetria a
doppio fotone (scintigrafia ossea) fornisce una misura sensibile del contenuto
di calcio negli strati corticali e trabecolari delle ossa, ma i cambiamenti del
contenuto si possono apprezzare da 1 a 3 anni dopo.
L'analisi
chimico quantitativa RMN permette di valutare il contenuto di trigliceridi nel
midollo osseo e può costituire un indicatore a risposta rapida molto
sensibile, per valutare l'efficacia della terapia sul midollo osseo, ma questa
tecnologia non sarà disponibile in tempi brevi. Inoltre la
relazione tra queste analisi e i cambiamenti nella architettura delle ossa non
sono a tutt'oggi chiari.
Il metodo per una valutazione
quantitativa accurata dei miglioramenti delle ossa e del grado di
reversibilità dei danni ossei costituisce ancora il problema più
difficoltoso sul campo. Inoltre rimane anche il problema di stabilire la
dose di enzima necessario per stabilizzare e/o recuperare una malattia delle
ossa già avviata o in fase di sviluppo. Effettivamente un inizio
precoce della terapia enzimatica può essere l'approccio più
prudente nell'impegno di prevenire l'insorgere di coinvolgimenti ossei.
Le difficili problematiche più sopra esposte avranno anche
un grande impatto nel delineare una futura terapia genetica e saranno
importanti per una sua comparazione con la terapia enzimatica, sia per questa
che per altre malattie da accumulo lisosomiale.
3.5 Effetti
della Dose di Enzima.
La domanda se esista una relazione tra
organi viscerali, miglioramenti dei parametri ematologici ed ossei e
quantità di enzima somministrato al paziente ottiene una risposta
incompleta. Come indicato nella sezione 3.4 la problematica della
dipendenza dei cambiamenti ossei dalla dose non trova una risposta,
finché non verranno sviluppati adeguati metodi quantitativi per la
valutazione dei cambiamenti ossei. Per quanto riguarda la risposta degli
organi viscerali, è possibile apprezzare anche piccole differenze della
risposta epatica, indifferentemente dalla presenza o meno della milza.
Questi indizi suggeriscono che il fegato e/o la milza costituiscono i maggiori
ricettacoli dell'enzima somministrato. Studi effettuati sul recupero in
cavie normali supportano questa conclusione. Per quanto riguarda il
miglioramento ematologico e la riduzione del volume della milza, la migliore
risposta terapeutica si ottiene con dosi elevate di enzima, mentre la frequenza
con la quale viene somministrato non ha una incidenza significativa sulla
risposta stessa.
Considerato il costo del trattamento
enzimatico, si tratta sostanzialmente di un problema economico e di risorse
ritenere più o meno preziosi i miglioramenti incrementali nei parametri
ematologici e splenici, osservati ad alte dosi. Molti medici,
incluso l'autore di questo articolo, possono essere indotti in errore per
eccessiva precauzione, in particolar modo con bambini o adulti con malattie in
rapida progressione, ed usare così un dosaggio elevato di enzima.
Nei paesi con forti limitazioni alle risorse mediche questi alti dosaggi
possono trovare difficoltà di applicazione, a favore invece di dosi
più modeste, che avranno comunque benefici terapeutici.
Indipendentemente da queste considerazioni, solo la risposta terapeutica alla
terapia enzimatica (valutata dopo circa un anno) basata sul riscontro di
cambiamenti viscerali ed ematologici, fornirà delle linee guida
per la regolazione del dosaggio nel singolo paziente.
3.6 Fonti Alternative di Enzima.
I sistemi per
produrre questa rara proteina in modo meno costoso o per sviluppare un modo
più efficiente di trasportare e far assorbire l'enzima alle cellule
bersaglio sono entrambi vie importanti per la ricerca, al fine di un
contenimento dei costi.
Le piante di tabacco, o gli animali
domestici, che sono in grado di riprodurre esattamente il transgene umano per
la ß-glucosidasi, possono fornire un sistema accessibile e su larga scala
per la produzione a basso costo di questa rara proteina.
Blocchi di macrofagi recettori dell'alfa-mannosile del fegato o della milza
possono fornire un modo migliore per trasmettere l'enzima sia alle ossa che al
midollo osseo, con un potenziale miglioramento dell'effetto terapeutico.
3.7 Studi di Base sulla trasmissione dell'Enzima.
Considerando il costo della terapia enzimatica per la Malattia di Gaucher
tipo 1, è molto sorprendente che siano disponibili pochi dati sia
farmacologici che sulla distribuzione nei tessuti di alglucerase o
imiglucerase. Molti nuovi studi documentano la capacità
dell'alfa-mannosile divenuto ß-glucosidasi di essere preferenzialmente
trasportato ai macrofagi della milza e del fegato. Inoltre una
quantità significativa di enzima viene trasportata alle cellule
endoteliali3 del sistema sinusoidale della milza e del fegato. Queste
cellule endoteliali hanno dei ricettori per i residuati dell'alfa-mannosile,
mentre l'endotelio di altri vasi sanguigni non riesce a recepire una
quantità rilevabile di alfa-mannosile divenuto ß-glucosidasi.
Almeno in parte, questo trasporto preferenziale verso gli organi
maggiormente ingrossati nella Malattia di Gaucher (la milza e il fegato),
è responsabile del fatto che solo una quantità relativamente
piccola di enzima raggiunga le sezioni dei macrofagi nel midollo osseo.
Questo fatto aggiunto al lento ricambio delle cellule ossee negli adulti
può essere la base della lenta risposta terapeutica alla Malattia di
Gaucher nelle ossa.
Il successo del trasporto mirato
dell'enzima ß-glucosidasi ai macrofagi della milza e del fegato ed alle
cellule endoteliali può essere ora sormontato, o messo in secondo piano,
dall'impegno di portare la distribuzione dell'enzima alle parti del corpo
più difficili da trattare, come ad esempio le ossa, il midollo osseo ed
i polmoni.
3.8 Comprensione e Decorso Intracellulare
dell'Enzima Somministrato.
In aggiunta alla scarsità di
studi sulla distribuzione nei tessuti, le fasi di transito (dell'enzima
somministrato per endovenosa) dal plasma ai lisosomi non è stato ancora
capito, come pure non è chiaro come avviene il legame alla membrana
interna di questi organelli4 .
L'evento di interiorizzazione
per il mannosile trasformato in glicoproteine è stato elegantemente
dettagliato da studi ultrastrutturali. Entro 1 o 2 minuti dopo l'iniezione in
endovena queste proteine attraversano la membrana del plasma mediante
endocitosi. Dai 3 ai 5 minuti dopo esse sono all'interno dei
compartimenti degli endosomi e vengono trasportate al complesso del Golgi in
piccole quantità, mentre raggiungono i lisosomi in grandi
quantità da 15 a 20 minuti dopo. Questo procedimento è
seguito dalla scomposizione, che avviene al rateo specifico per ogni
proteina. E' interessante notare che il profilo della attività di
trasporto della ß-glucosidasi al fegato e alla milza di cavie normali
segue uno schema simile, con i massimi livelli di
attività recuperati dopo 15 30 minuti. Questa
concordanza temporale suggerisce il fatto che avvenga un parziale recupero
della attività intrinseca di ß-glucosidasi dentro i lisosomi dei
macrofagi e/o delle cellule endoteliali delle sinusoidi degli organi viscerali,
finché non sopraggiunge una sostanziale diminuzione dell'attività
intrinseca dell'enzima.
Molto importante anche il fatto che
quando viene somministrata mediante bolo (per bolo si intende in una unica
somministrazione) endovenoso, la emivita per circa l'80% dell'attività
della sostanza esogena5 nella milza e nel fegato delle cavie é meno di 1
ora. Una piccola quantità di enzima (circa il 20 %) ha una seconda
fase di latenza con una emivita di 12 ore. Per confronto va detto che la
emivita per i normali fibroblasti, monociti e le cellule epatiche (HepG2)
é di circa 60 ore.
Questo enzima esogeno viene
trasportato inefficacemente ai lisosomi in una forma solo parzialmente attiva e
viene inattivato rapidamente. Non sono stati condotti studi comparati tra
individui normali ed individui con la Malattia di Gaucher. Non sono
conosciuti altri sistemi (comparti) distributivi, oltre al siero, dove avvenga
la parziale inattivazione.
3.9 Altre Complessità della
Terapia Enzimatica.
La ß-glucosidasi é anche una
proteina della membrana periferica. Non é nota la percentuale di enzima
esogeno somministrato che resta confinato nella membrana interna dei
lisosomi. A questo proposito due recenti studi ultrastrutturali sono in
conflitto: Murray e Jin (36) hanno mostrato che una sostanziale quantità
(circa il 60 %) di ß-glucosidasi esogeno somministrato non resta
confinato nei lisosomi del fegato di cavie. Willemsen ha indicato, invece, una
completa localizzazione del ß-glucosidasi trasportato nella membrana
interna dei lisosomi. Le basi di questa discrepanza non sono
conosciute. Inoltre non sono note neppure le caratteristiche ed il numero
di potenziali recettori (lipidi o proteine) sulla membrana lisosomiale per la
ß-glucosidasi esogeno sintetizzato (normale o mutante).
Un
altro fattore sconosciuto è la capacità dell'enzima esogeno
somministrato di competere per arrivare ad un recettore. Questa
competizione può avere un sostanziale impatto sull'efficacia della
terapia se, come sembra attendibile, è necessario un legame con la
membrana perché avvenga l'attività catalitica del
ß-glucosidasi in vivo. Inoltre il ß-glucosidasi richiede una
proteina attivatrice intracellulare, la Saposin C per avere piena
attività. Sebbene la relazione stechiometrica in vivo tra il
ß-glucosidasi e la proteina Saposin C non è ben definita, ogni
fornitura di enzima eccedente il rapporto stechiometrico può essere (dal
punto di vista catalitico) poco o inadeguatamente attiva. La presenza di
residui, parzialmente attivi, di enzima mutante nei pazienti di Gaucher tipo 1
può competere con l'enzima esogeno normale somministrato nei confronti
della proteina lisosomiale Saposin C, ed avere come risultato una diminuzione
della attività enzimatica. Queste fasi ed interazioni richiedono
una valutazione biochimica dettagliata per capire come il trasporto dell'enzima
possa essere migliorato, cosicché la terapia enzimatica diventi
più efficace o si possano ottenere risposte terapeutiche più
rapide.
3.10 Terapia Enzimatica nella Malattia
Neuropatica.
La terapia enzimatica attuale è focalizzata
alla cura della variante non-neuropatica, o tipo 1. Per le varianti
neuropatiche, tipi 2 e 3, sono disponibili dati limitati ed inconsistenti
riguardanti l'effetto terapeutico della terapia enzimatica sulla malattia del
Sistema Nervoso Centrale (S.N.C.). Nella malattia di tipo 2 alcuni
rapporti indicano una continua progressione della malattia del SNC, in
particolare della malattia dei bulbi, anche durante la somministrazione
endovenosa o intratecale6 di alglucerase; mentre le malattie viscerali erano
effettivamente curate ad esclusione, però, delle infiltrazioni polmonari
di cellule di Gaucher.
La continua progressione del
coinvolgimento polmonare era imprevista, poiché l'enzima avrebbe dovuto
essere trasportato anche ai macrofagi alveolari
Nella malattia
sub-acuta neuropatica, la tipo 3, i gravi problemi epatici, splenici ed ossei
possono essere migliorati con infusioni regolari di alglucerase.
Recentemente (20 ottobre 95) alla conferenza di Trieste, Italia
(Conferenza sulle forme Neuropatiche della Malattia di Gaucher) venne riportato
che alcuni pazienti della Malattia di Gaucher tipo 3 avevano bisogno di dosi
molto elevate (maggiori di 120 U/kg ogni 4 settimane) allo scopo di prevenire
la progressione della malattia degli organi viscerali. I sintomi del SNC erano
influenzati in maniera variabile dalla terapia enzimatica, con alcuni pazienti
che mostravano miglioramenti, ed altri che mostravano peggioramenti.
Questi risultati suggeriscono un effetto palliativo (di copertura) a lungo
termine per le manifestazioni viscerali nella malattia tipo 3, ma saranno
richieste valutazioni addizionali sistematiche per considerare l'efficacia
della terapia enzimatica sulla progressione del SNC.
4.
Conclusioni.
La terapia Enzimatica ha rivoluzionato la
gestione della Malattia di Gaucher nelle famiglie che ne sono affette.
L'infusione regolare dell'enzima nella forma naturale (alglucerase) o in quella
ricombinata (imiglucerase), è diventata lo standard della cura per i
pazienti con manifestazioni significative della malattia. E' stato
accertato che la Terapia Enzimatica è ben tollerata; circa il 7% di
pazienti con effetti indesiderati e solo pochi hanno dovuto sospendere la
terapia. Di oltre 1200 pazienti trattati solo tre hanno sviluppato
anticorpi inattivanti (inibitori) che hanno richiesto o la sospensione della
terapia, o un trattamento specifico affinché il loro organismo si adegui
e possa quindi tollerare il farmaco. Tuttavia la mancanza di procedure
generali standardizzate per la valutazione dell'estensione della malattia e
della sua attività impediscono l'ottimizzazione di protocolli di
trattamento per gli individui affetti. Come approccio preventivo,
particolarmente per i problemi alle ossa, può essere essenziale
mantenere, piuttosto che tentare di recuperare, la salute in molti pazienti.
Come da me indicato nel 1992, la prossima tappa significativa nella
gestione e nel trattamento della Malattia di Gaucher è verso una
prevenzione delle manifestazioni della malattia tramite interventi precoci.
Affinché questo si realizzi, il farmaco deve diventare meno costoso e
più efficiente, e continuare ad essere privo di effetti collaterali
significativi. La capacità di diagnosticare e predire con
ragionevole accuratezza la malattia prima che si manifesti, basandosi sul
genotipo, fornisce la ragion d'essere per questo approccio preventivo. E'
chiaro che la Terapia Enzimatica è solo l'inizio della fine (dei
problemi) per le famiglie affette dalla Malattia di Gaucher, e l'augurio
è che questa esperienza con i suoi successi fornisca un prototipo
promettente per altre malattie da accumulo lisosomiale
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Associazione Italiana Gaucher